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July 16 2008, 07:18 am - 87.7.35.120
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LA MADONNA 'MARIA' mariano - NON DEVE ESSERE NE PREGATA E/O VENERATA ..


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February 21 2008, 05:35 pm - 213.140.16.189
La sua parola nel cuore

Cosa fosse la nostra vita senza la presenza viva del Cristo Risorto...
(Giovanni 14:16) Gesù disse: "Io sono la via,la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me"
ed in (1Tim.2:5) "Vi è infatti un solo Dio , ed anche un solo mediatore tra Dio egli uomini: Cristo Gesù uomo...
ed (Ap.21:6,7) "È fatto! Io sono l'Alfa e l'Omega,il principio e la fine; a chi ha sete io darò in dono della fonte dell'acqua della vita. Chi vince erediterà tutte le cose, e io sarò per lui DIO ed egli sarà per me figlio".

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January 09 2008, 01:30 am - 87.5.51.186
Sotto il sole niente di nuovo, ma tanto di vecchio

LETTERA Al VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI


Congreg azione per la dottrina della fede
(10 ottobre 1986)


1. Il problema dell'omosessualità e del giudizio etico sugli atti omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con l'insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che sono impegnati nel ministero pastorale. Di conseguenza questa Congregazione ha ritenuto il problema così grave e diffuso da giustificare la presente Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, indirizzata a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica.

2. Naturalmente in questa sede non può essere affrontata una trattazione esaustiva di tale complesso problema; si concentrerà piuttosto l'attenzione sul contesto specifico della prospettiva morale cattolica. Essa trova conforto anche in sicuri risultati delle scienze umane, le quali pure hanno un oggetto e un metodo loro proprio, che godono di legittima autonomia.
La posizione della morale cattolica è fondata sulla ragione umana illuminata dalla fede e guidata consapevolmente dall'intento di fare la volontà di Dio, nostro Padre. In tal modo la Chiesa è in grado non solo di poter imparare dalle scoperte scientifiche, ma anche di trascenderne l'orizzonte; essa è certa che la sua visione più completa rispetta la complessa realtà della persona umana che, nelle sue dimensioni spirituale e corporea, è stata creata da Dio e, per sua grazia, chiamata a essere erede della vita eterna.
Solo all'interno di questo contesto, si può dunque comprendere con chiarezza in che senso il fenomeno dell'omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la preoccupazione pastorale della Chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata.

3. Già nella Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale, del 29 dicembre 1975, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva esplicitamente trattato questo problema. In quella Dichiarazione si sottolineava il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale, e si osservava come la colpevolezza degli atti omosessuali dovesse essere giudicata con prudenza. Nello stesso tempo la Congregazione teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione e tendenza omosessuale e atti omosessuali. Questi ultimi venivano descritti come atti che vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile, come "intrinsecamente disordinati" e tali che non possono essere approvati in nessun caso (cf n. 8, par, 4).
Tuttavia nella discussione che seguì la pubblicazione della Dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata.
Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l'attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un'opzione moralmente accettabile.

4. Una delle dimensioni essenziali di un'autentica cura pastorale è l'identificazione delle cause che hanno portato confusione nei confronti dell'insegnamento della Chiesa. Tra esse va segnalata una nuova esegesi della Sacra Scrittura, secondo cui la Bibbia o non avrebbe niente da dire sul problema dell'omosessualità, o addirittura ne darebbe in qualche modo una tacita approvazione, oppure infine offrirebbe prescrizioni morali così culturalmente e storicamente condizionate che non potrebbero più essere applicate alla vita contemporanea. Tali opinioni, gravemente erronee e fuorvianti, richiedono dunque speciale vigilanza.

5. E vero che la letteratura biblica è debitrice verso le varie epoche, nelle quali fu scritta, di gran parte dei suoi modelli di pensiero e di espressione (cf Dei Verbum, n. 12). Certamente, la Chiesa di oggi proclama il Vangelo a un mondo che è assai diverso da quello antico. D'altra parte il mondo nel quale il Nuovo Testamento fu scritto era già notevolmente mutato, per esempio- rispetto alla situazione nella quale furono scritte o redatte le Sacre Scritture del popolo ebraico. Dev'essere tuttavia rilevato che, pur nel contesto di tale notevole diversità, esiste un'evidente coerenza all'interno delle Scritture stesse sul comportamento omosessuale. Perciò la dottrina della Chiesa su questo punto non è basata solo su frasi isolate, da cui si possono trarre discutibili argomentazioni teologiche, ma piuttosto sul solido fondamento di una costante testimonianza biblica. L'odierna comunità di fede, in ininterrotta continuità con le comunità giudaiche e cristiane all'interno delle quali le antiche Scritture furono redatte, continua a essere nutrita da quelle stesse Scritture e dallo Spirito di verità di cui esse sono Parola. E' egualmente essenziale riconoscere che i testi sacri non sono realmente compresi quando vengono interpretati in un modo che contraddice la Tradizione vivente della Chiesa. Per essere corretta, l'interpretazione della Scrittura dev'essere in effettivo accordo con questa Tradizione.
Il Concilio Vaticano II così si esprime al riguardo: "E' chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime"(Dei Verbum, n. 10). Alla luce di queste affermazioni viene ora brevemente delineato l'insegnamento della Bibbia in materia.

6. La teologia della creazione, presente nel libro della Genesi, fornisce il punto di vista fondamentale per la comprensione adeguata dei problemi posti dall'omosessualità. Dio, nella sua infinita sapienza e nel suo amore onnipotente, chiama all'esistenza tutta la realtà, quale, riflesso della sua bontà. Egli crea a sua immagine e somiglianza l'uomo, come maschio e femmina. Gli esseri umani perciò sono creature di Dio, chiamate a rispecchiare, nella complementarietà dei sessi, l'interiore unità del Creatore. Essi realizzano questo compito in modo singolare, quando cooperano con lui nella trasmissione della vita, mediante la reciproca donazione sponsale.
Il cap. 3 della Genesi mostra come questa verità sulla persona umana quale immagine di Dio sia stata oscurata dal peccato originale. Ne segue inevitabilmente una perdita della consapevolezza del carattere di alleanza, proprio dell'unione che le persone umane avevano con Dio e fra di loro. Benché il corpo umano conservi ancora il suo "significato sponsale", ora questo è oscurato dal peccato. E' il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma (cf Gen. 19, 1-11). Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali. In Levitico 18, 22 e 20, 13, quando vengono indicate le condizioni necessarie per appartenere al popolo eletto, l'autore esclude dal popolo di Dio coloro che hanno un comportamento omosessuale.
Sullo sfondo di questa legislazione teocratica, san Paolo sviluppa una prospettiva escatologica, all'interno della quale egli ripropone la stessa dottrina, elencando tra coloro che non entreranno nel regno di Dio anche chi agisce da omosessuale (cf 1 Cor 6, 9). In un altro passaggio del suo epistolario egli, fondandosi sulle tradizioni morali dei suoi antenati, ma collocandosi nel nuovo contesto del confronto tra il cristianesimo e la società pagana dei suoi tempi, presenta il comportamento omosessuale come un esempio della cecità nella quale è caduta l'umanità. Sostituendosi all'armonia originaria fra il Creatore e le creature, la grave deviazione dell'idolatria ha condotto a ogni sorta di eccessi nel campo morale. San Paolo trova l'esempio più chiaro di questa disarmonia proprio nelle relazioni omosessuali (cf Rom 1, 18-32). Infine, in perfetta continuità con l'insegnamento biblico, nell'elenco di coloro che agiscono contrariamente alla sana dottrina, vengono esplicitamente menzionati come peccatori coloro che compiono atti omosessuali (cf 1 Tim 1, 10).

7. La Chiesa, obbediente al Signore che l'ha fondata e le ha fatto dono della vita sacramentale, celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell'unione amorosa e donatrice di vita dell'uomo e della donna. E' solo nella relazione coniugale che l'uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente.
Scegliere un'attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale. L'attività omosessuale non esprime un'unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un'esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l'essenza stessa della vita cristiana. Ciò non significa che le persone omosessuali non siano spesso generose e non facciano dono di se stesse, ma quando si impegnano in un'attività omosessuale esse rafforzano al loro interno una inclinazione sessuale disordinata, per se stessa caratterizzata dall'autocompiacimento.
Come accade per ogni altro disordine morale, l'attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l'omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico.

8. L'insegnamento della Chiesa di oggi è quindi in continuità organica con la visione della S. Scrittura e con la costante Tradizione. Anche se il mondo di oggi è da molti punti di vista veramente cambiato, la comunità cristiana è consapevole del legame profondo e duraturo che la unisce alle generazioni che l'hanno preceduta "nel segno della fede".
Tuttavia oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima Pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo. Essi manifestano, anche se non in modo del tutto cosciente, un'ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo.
I ministri della Chiesa devono far in modo che le persone omosessuali affidate alle loro cure non siano fuorviate da queste opinioni, così profondamente opposte all'insegnamento della Chiesa. Tuttavia il rischio è grande e ci sono molti che cercano di creare confusione nei riguardi della posizione della Chiesa e di sfruttare questa confusione per i loro scopi.

9. Anche all'interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l'insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l'egida del cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione.
E' pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui l'omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell'omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato.
La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua chiara posizione al riguardo, che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento. Essa si preoccupa sinceramente anche dei molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali, e di quelli che potrebbero essere tentati di credere alla loro ingannevole propaganda. Essa è consapevole che l'opinione, secondo la quale l'attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l'espressione sessuale dell'amore coniugale, ha un'incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo.

10. Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev'essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni.
Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l'attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano.

11. Alcuni sostengono che la tendenza omosessuale, in certi casi, non è il risultato di una scelta deliberata e che la persona omosessuale non ha alternative, ma è costretta a comportarsi in modo omosessuale. Di conseguenza si afferma che essa agirebbe in questi casi senza colpa, non essendo veramente libera.
A questo proposito è necessario rifarsi alla saggia tradizione morale della Chiesa, la quale mette in guardia dalle generalizzazioni nel giudizio dei casi singoli. Di fatto in un caso determinato possono essere esistite nel passato e possono tuttora sussistere circostanze tali da ridurre o addirittura da togliere la colpevolezza del singolo; altre circostanze al contrario possono accrescerla. Dev'essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev'essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l'attività omosessuale.

12. Che cosa deve fare dunque una persona omosessuale, che cerca di seguire il Signore? Sostanzialmente, queste persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, unendo ogni sofferenza e difficoltà che possano sperimentare a motivo della loro condizione, al sacrificio della croce del Signore. Per il credente, la croce è un sacrificio fruttuoso, poiché da quella morte provengono la vita e la redenzione. Anche se ogni invito a portare la croce o intendere in tal modo la sofferenza dei cristiano sarà prevedibilmente deriso da qualcuno, si dovrebbe ricordare che questa è la via della salvezza per tutti coloro che sono seguaci di Cristo.
In realtà questo non è altro che l'insegnamento rivolto dall'apostolo Paolo ai Galati, quando egli dice che lo Spirito produce nella vita del fedele: "amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé" e più oltre: "Non potete appartenere a Cristo senza crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal 5, 22.24).
Tuttavia facilmente questo invito viene male interpretato, se è considerato solo come un inutile sforzo di autorinnegamento. La croce è sì un rinnegamento di sé, ma nell'abbandono alla volontà di quel Dio che dalla morte trae fuori la vita e abilita coloro, che pongono in lui la loro fiducia, a praticare la virtù invece del vizio.
Si celebra veramente il mistero pasquale solo se si lascia che esso permei il tessuto della vita quotidiana. Rifiutare il sacrificio della propria volontà nell'obbedienza alla volontà del Signore è di fatto porre ostacolo alla salvezza. Proprio come la croce è il centro della manifestazione dell'amore redentivo di Dio per noi in Gesù, così la conformità dell'autorinnegamento di uomini e donne omosessuali con il sacrificio del Signore costituirà per loro una fonte di autodonazione che li salverà da una forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli.
Le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere a grazia del Signore, in esso cosi generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela.

13. E' evidente, d'altra parte, che una chiara ed efficace trasmissione della dottrina della Chiesa a tutti i fedeli e alla società nel suo complesso dipende in larga misura dal corretto insegnamento e dalla fedeltà di chi esercita il ministero pastorale. I Vescovi hanno la responsabilità particolarmente grave di preoccuparsi che i loro collaboratori nel ministero, e soprattutto i sacerdoti, siano rettamente informati e personalmente ben disposti a comunicare a ognuno la dottrina della Chiesa nella sua integrità.
La particolare sollecitudine e la buona volontà dimostrata da molti sacerdoti e religiosi nella cura pastorale per le persone omosessuali è ammirevole, e questa Congregazione spera che essa non diminuirà. Tali ministri zelanti devono nutrire la certezza che stanno seguendo fedelmente la volontà del Signore, allorché incoraggiano la persona omosessuale a condurre una vita casta, e ricordano la dignità incomparabile che Dio ha donato anche ad essa.

14. Considerando quanto sopra, questa Congregazione desidera chiedere ai Vescovi di essere particolarmente vigilanti nei confronti di quei programmi che di fatto tentano di esercitare una pressione sulla Chiesa perché essa cambi la sua dottrina, anche se a parole talvolta si nega che sia così. Un attento studio delle dichiarazioni pubbliche in essi contenute e delle attività che promuovono rivela una calcolata ambiguità, attraverso cui cercano di fuorviare i pastori e i fedeli. Per esempio, essi presentano talvolta l'insegnamento del Magistero, ma solo come una fonte facoltativa in ordine alla formazione della coscienza. La sua autorità peculiare non è riconosciuta. Alcuni gruppi usano perfino qualificare come "cattoliche" le loro organizzazioni o le persone a cui intendono rivolgersi, ma in realtà essi non difendono e non promuovono l'insegnamento dei Magistero, anzi talvolta lo attaccano apertamente. Per quanto i loro membri rivendichino di voler conformare la loro vita all'insegnamento di Gesù, di fatto essi abbandonano l'insegnamento della sua Chiesa. Questo comportamento contraddittorio non può avere in nessun modo l'appoggio dei Vescovi.

15. Questa Congregazione incoraggia pertanto i Vescovi a promuovere, nella loro diocesi, una pastorale verso le persone omosessuali in pieno accordo con l'insegnamento della Chiesa. Nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni, nelle quali persone omosessuali si associno tra loro, senza che sia chiaramente stabilito che l'attività omosessuale è immorale. Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato.Vanno incoraggiati quei programmi in cui questi pericoli sono evitati. Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall'insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto.
Un programma pastorale autentico aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale, mediante i sacramenti e in particolare la frequente e sincera confessione sacramentale, mediante la preghiera, la testimonianza, il consiglio e l'aiuto individuale. In tal modo, l'intera comunità cristiana può giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro sia la delusione sia l'isolamento.

16. Da questo approccio diversificato possono derivare molti vantaggi, non ultimo la constatazione che una persona omosessuale, come del resto ogni essere umano, ha una profonda esigenza di essere aiutato contemporaneamente a vari livelli.
La persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, non può essere definita in modo adeguato con un riduttivo riferimento solo al suo orientamento sessuale. Qualsiasi persona che vive sulla faccia della terra ha problemi e difficoltà personali, ma anche opportunità di crescita, risorse, talenti e doni propri. La Chiesa offre quel contesto dei quale oggi si sente una estrema esigenza per la cura della persona umana, proprio quando rifiuta di considerare la persona puramente come un "eterosessuale" o un "omosessuale" e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna.

17. Offrendo all'attenzione dei Vescovi tali chiarificazioni e orientamenti pastorali, questa Congregazione desidera aiutare i loro sforzi volti ad assicurare che l'insegnamento del Signore e della sua Chiesa su questo importante tema sia trasmesso a tutti i fedeli in modo integro.
Alla luce di quanto ora esposto, gli Ordinari del luogo sono invitati a valutare, nell'ambito della loro competenza, la necessità di particolari interventi. Inoltre, se ritenuto utile, si potrà ricorrere ad una ulteriore azione coordinata a livello delle conferenze episcopali nazionali.
In particolare i Vescovi si premureranno di sostenere con i mezzi a loro disposizione lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa.
Soprattutto i Vescovi non mancheranno di sollecitare la collaborazione di tutti i teologi cattolici, i quali, insegnando ciò che la Chiesa insegna e approfondendo con le loro riflessioni il significato autentico della sessualità umana e del matrimonio cristiano nel piano divino, nonché delle virtù che esso comporta, potranno così offrire un valido aiuto in questo campo specifico dell'attività pastorale.
Particolare attenzione dovranno quindi avere i Vescovi nella scelta dei ministri incaricati di questo delicato compito, in modo che essi, per la loro fedeltà al Magistero e per il loro elevato grado di maturità spirituale e psicologica, possano essere di reale aiuto alle persone omosessuali, per il conseguimento del loro bene integrale. Tali ministri respingeranno le opinioni teologiche che sono contrarie all'insegnamento della Chiesa e che quindi non possono servire da direttive in campo pastorale.
Inoltre sarà conveniente promuovere appropriati programmi di catechesi, fondati sulla verità riguardante la sessualità umana, nella sua relazione con la vita della famiglia, così come è insegnata dalla Chiesa. Tali programmi forniscono infatti un ottimo contesto, all'interno del quale può essere trattata anche la questione dell'omosessualità.
Qu esta catechesi potrà aiutare anche quelle famiglie, in cui si trovano persone omosessuali, nell'affrontare un problema che le tocca così profondamente.
Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire l'insegnamento della Chiesa, che sia ambigua nei suoi confronti, o che lo trascuri completamente. Un tale appoggio, o anche l'apparenza di esso può dare origine a gravi fraintendimenti. Speciale attenzione dovrebbe essere rivolta alla pratica della programmazione di celebrazioni religiose e all'uso di edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi, compresa la possibilità di disporre delle scuole e degli istituti cattolici di studi superiori. A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso è in contraddizione con gli scopi stessi per i quali queste istituzioni sono state fondate, e può essere fonte di malintesi e di scandalo.
Nel valutare eventuali progetti legislativi, si dovrà porre in primo piano l'impegno a difendere e promuovere la vita della famiglia.

18. Il Signore Gesù ha detto: "Voi conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 32). La Scrittura ci comanda di fare la verità nella carità (cf Ef 4, 15).
Dio che è insieme verità e amore chiama la Chiesa a mettersi al servizio di ogni uomo, donna e bambino con la sollecitudine pastorale del nostro Signore misericordioso. In questo spirito la Congregazione per la Dottrina della Fede ha rivolto questa Lettera a voi, Vescovi della Chiesa, con la speranza che vi sia di aiuto nella cura pastorale di persone, le cui sofferenze possono solo essere aggravate da dottrine errate e alleviate invece dalla parola della verità.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 10 ottobre 1986.

JOSEPH Card. RATZINGER
Prefetto

+ ALBERTO BOVONE
Arc. tit. di Cesarea di Numidia
Segretario

[ http://www.ratzinger.it/ modules.php?name=News&fi le=article&sid=55]


December 24 2007, 02:15 am - 151.47.48.1
Auguri

Nell'augurarea tutti gli iscritte Buone Feste, Buon Natale e buon nuovo anno ricordo che il prossimo incontro dell'associazione sarà domenica 13 gennaio alle ore 15.30 con la visione di un film.
Ciao a tutti
Domenico


April 16 2007, 05:07 pm - 213.92.80.220
GIANNINO PIANA: SU ‘DICO' E QUESTIONE OMOSESSUALE

33839. ROMA-ADISTA. I Dico non demoliscono la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio – che è in crisi per altri motivi – ma tentano di garantire i diritti e di far assumere maggiori responsabilità alle persone, sia eterosessuali che omosessuali, che scelgono la convivenza. È l’opinione del teologo Giannino Piana, intervistato da Adista mentre il dibattito sul disegno di legge sui diritti dei conviventi si fa sempre più serrato nella società e, soprattutto, nel mondo cattolico. Piana rifiuta di arruolarsi aprioristicamente fra i difensori del matrimonio a tutti i costi e sposta l’analisi sul piano della ragionevolezza, a partire dalla constatazione che la società, negli ultimi anni, ha subito profonde trasformazioni. E che la proposta dei Dico tenta di venire incontro e di interpretare tali trasformazioni.
Di seguito la nostra intervista a Giannino Piana.
D: Secondo lei i Dico sono realmente una minaccia per la famiglia tradizionale?
R: Non credo. I Dico rappresentano semplicemente il tentativo di garantire diritti e di far assumere doveri a soggetti che hanno scelto di vivere in "unioni civili". Il moltiplicarsi, negli ultimi decenni, di tali scelte rivela senza dubbio uno stato di crisi della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio; crisi le cui cause vanno ricercate in ben altre direzioni. I Dico sono semmai la conseguenza di questa situazione di disagio.
D: Il vescovo di Pavia, mons. Giovanni Giudici, ritiene che la crescita delle convivenze – prima o a prescindere dal matrimonio – sia dovuta soprattutto all’aumento della precarietà che colpisce soprattutto i giovani, sempre più in difficoltà a trovare un lavoro stabile e una casa in cui vivere. Lei come si spiega l’aumento delle convivenze e come valuta questo aspetto?
R: La ragione dell’aumento delle convivenze va ricercata in un concorso di fattori diversi, che meriterebbero una grande attenzione e che vanno ricondotti alle profonde e rapide trasformazioni strutturali e culturali che hanno caratterizzato la società in cui viviamo. Quanto afferma mons. Giudici è, al riguardo, pienamente condivisibile. Aggiungerei che ad alimentare il senso dell’insicurezza e della fragilità che conduce molti a privilegiare la convivenza vi è, da un lato, la complessità sociale, che allarga enormemente l’area delle conoscenze e delle relazioni – quanto più si estende le possibilità di scelta tanto più diventa difficile scegliere – e, dall’altro, fenomeni come l’individualismo e la cultura consumista, che attentano alla continuità delle relazioni rendendole sempre più precarie.
D: Il disegno di legge del governo equipara la convivenza eterosessuale a quella omosessuale. Questo passaggio è indigesto a quella parte di cattolici che si oppone al provvedimento. Perché gran parte del mondo cattolico, sostenuto in questo dal Magistero, non incoraggia ancora le unioni stabili fra persone dello stesso sesso quando è la stessa vita quotidiana ad offrirci non pochi casi di coppie omosessuali ben più unite e leali di tante eterosessuali?
R: Il pregiudizio verso l’omosessualità è ancora molto forte, e non solo nella Chiesa. Pur essendovi stato, anche in documenti ufficiali del Magistero, il riconoscimento che esiste un’omosessualità permanente, dunque in qualche misura strutturale, cioè contrassegnata da un vero e proprio modo di essere al mondo, sussiste tuttora una grande resistenza psicologica a riconoscere che l’omosessualità possa dare luogo a scelte di coppia e soprattutto che sia possibile, all’interno di tali coppie, vivere un rapporto affettivo vero e intenso. Il criterio che viene invocato non è quello della verifica della qualità della relazione, della sua autenticità e profondità; è un criterio estrinseco che tende a penalizzare, oggettivamente e in partenza, lo stato omosessuale.
D: La senatrice della Margherita Paola Binetti, durante un programma televisivo, ha definito esplicitamente l'omosessualità una devianza. È deviata una persona omosessuale o l’omosessualità è una condizione normale al pari di quella eterosessuale?
R: In questo la senatrice Binetti non è sola. Sono ancora molti a pensare l’omosessualità come una devianza o diversamente a ritenerla una malattia di tipo psicologico o fisico, che va come tale curata e dalla quale si può guarire. La vecchia interpretazione positivista che riconduceva l’omosessualità alla matrice biologica, insistendo soprattutto sulla presenza di disfunzioni ormonali, sembra ricuperare oggi terreno, sia pure in una prospettiva diversa, facendo cioè riferimento a motivazioni di carattere genetico. Si stenta a considerare l’omosessualità come una condizione normale, perché ci si accosta ad essa con categorie pregiudiziali, come quella di "natura" (e viene allora ritenuta innaturale o "contro natura"), ma soprattutto perché si guarda in astratto al fenomeno omosessuale, quasi fosse del tutto oggettivabile, e si dimentica che in realtà non abbiamo tanto a che fare con la condizione omosessuale ma con persone omosessuali i cui vissuti sono sempre estremamente differenziati e complessi e la cui realtà più profonda rimane, in ogni caso, avvolta (come del resto per le persone eterosessuali) nel mistero.
D: In Italia sono ormai più di 25 i gruppi di credenti omosessuali che, in alcuni casi, sono seguiti da sacerdoti o addirittura da vescovi ausiliari. Che cosa ne pensa di questi fenomeni?
R: Conosco personalmente alcuni di questi gruppi e ho partecipato con una certa frequenza ai loro incontri, ricavandone sempre una grande impressione. Si tratta di persone molto serie che vivono sulla loro pelle, spesso con gravi lacerazioni interiori, la difficoltà di far coincidere identità omosessuale e fede ma soprattutto – perché qui si annidano i maggiori conflitti – identità omosessuale e appartenenza ecclesiale. L’ostinazione con cui, nonostante la rigidità delle posizioni ufficiali della Chiesa, proseguono nel loro cammino è ammirevole e commovente; denuncia, in modo particolare, la grande serietà della loro ricerca e l’autenticità della loro adesione religiosa. Fortunatamente non mancano nella Chiesa sacerdoti, e persino qualche vescovo, che non esitano ad aprire loro le porte, ad ascoltarli e a seguirli. Tuttavia la severità con cui la dottrina della Chiesa continua a condannare il comportamento omosessuale genera ferite insanabili, che spesso acuiscono il senso di colpa con pesanti conseguenze sulla stessa integrità psicologica della persona.
D: Purtroppo, salvo rare eccezioni, i gruppi di credenti omosessuali operano nella più totale clandestinità. Una clandestinità alle volte addirittura autoimposta per paura di essere discriminati o fatti oggetto di violenza in un contesto sociale sostanzialmente ancora ostile. Non ritiene che, se queste esperienze uscissero davvero allo scoperto, potrebbero svilupparsi una conoscenza ed un confronto più sereno sul tema dell'omosessualità a tutti i livelli della vita ecclesiale e sociale, andando così oltre pregiudizi e paure?
R: La risposta è già implicita nella domanda. È davvero auspicabile che si apra un confronto sereno, sia all’interno della Chiesa che nella società, tra eterosessuali ed omosessuali, perché si creerebbero in tal modo le condizioni per sdrammatizzare il problema, ma anche (e soprattutto) perché la reciproca conoscenza favorirebbe la possibilità del rispetto vicendevole e potrebbe dare la spinta a un vicendevole aiuto. Purtroppo siamo ancora lontani da questo traguardo e, nonostante i notevoli passi avanti fatti negli ultimi decenni, il cammino si presenta tuttora pieno di ostacoli non facilmente superabili in tempi brevi. La questione di fondo è culturale: si tratta di creare una mentalità nuova, di dare vita, in una parola, a un vero e proprio salto di civiltà.


anglifi@yahoo.it


April 04 2007, 11:13 am - 213.92.80.223
PASQUA

PASQUA
di Karl Rahner

Osiamo noi credere nella resurrezione? Oppure essa è per noi solo un mito che in un giorno di pasqua come questo si lascia cosi come è o lo si interpreta? Perché crediamo? Perché possiamo credere con onestà intellettuale? Lo possiamo. Con la fede, naturalmente, non con una persuasione razionale. Possiamo credere, con onestà intellettuale, alla resurrezione di Gesù anche senza addentrarci in tutti gli attuali problemi esegetici che la riguardano. Perché? Invertiamo la domanda: posso credere, con onestà intellettuale, alla mia «resurrezione» personale? Posso, cioè, costruire la mia vita sul presupposto che la libertà, la responsabilità e l'amore che la spiegano hanno un significato definitivo e non scompaiono nell’abisso del nulla senza senso? Ma se costruisco su tale fondamento sapendo di non potermi suddividere in due realtà eterogenee — chiamate materia e spirito — che seguano indifferentemente il loro destino, allora credo nella mia resurrezione personale. Infatti non posso e non debbo scindere l'unità psicofisica della mia esistenza ed attribuire alle due parti così concepite un destino differente. Io, quale uomo concreto, credo nella mia realtà definitiva e quindi anche nella mia resurrezione, e con questa resurrezione intendo affermare proprio lo stato definitivo, senza colorirlo con le rappresentazioni del mondo della mia esperienza attuale che non sono idonee allo scopo.

Persino chi dice, a livello di riflessione esplicita, che secondo lui con la morte «finisce tutto», e poi vive nel rispetto radicale della dignità dell'uomo, afferma, con la sua vita concreta, proprio la sua «resurrezione» che in teoria nega. Se è così, quale motivo si potrebbe avere per negare la resurrezione di Gesù? E anche se considerassi me stesso scetticamente, tanto al di sotto di merce dozzinale e di molte cose banali, da non osare di trovare in me facilmente un valore eterno, considerando invece la vita e la morte di Gesù, non sono forse costretto a dire che se c’è uno ad avere veramente un valore eterno è proprio lui? Lui che ha amato in maniera davvero disinteressata ed ha accettato volontariamente la terribile realtà di questa vita concreta fino all'abbandono da parte di Dio nella morte.

La resurrezione di Gesù non è stata forse ammessa nella fede da innumerevoli uomini, a cominciare dai suoi discepoli? E i suoi discepoli non hanno fatto e testimoniato questa esperienza contro ogni loro attesa? Ora — almeno così ritengo di poter pensare — anche noi siamo in grado di sperimentare il valore reale e permanente di Gesù, se il nostro spirito e il nostro cuore cercano l'uomo per il quale la morte è la vittoria, e lo prendiamo radicalmente sul serio, senza ridurlo ad una pura idea. In tal modo ci colleghiamo con la testimonianza dei primi discepoli in quanto colui di cui facciamo esperienza in questa maniera è conosciuto, per nome e nella sua storia, soltanto attraverso la loro testimonianza.

Se non credessimo nella resurrezione di Gesù, anche se il messaggio persuasivo di tutta la cristianità è arrivato espressamente al nostro orecchio e al nostro cuore, potremmo ancora dire seriamente di sperare e di credere nella nostra personale resurrezione? In noi cristiani la fede nella resurrezione di Gesù e la speranza nella nostra resurrezione personale sono diventate una realtà unica i cui elementi si condizionano a vicenda.

Di conseguenza quando professiamo, nella preghiera: «al terzo giorno è risuscitato», e: «aspetto la resurrezione dei morti», esprimiamo esattamente, in un unico articolo di fede, una realtà unica il cui inizio e la cui manifestazione a noi si è verificata in Gesù ma che investe anche noi e si realizzerà pienamente nel futuro compimento della storia del mondo: lo stato definitivo, a livello di salvezza e di trasfigurazione, del mondo spirituale e materiale.


da Karl Rahner, Frammenti di spiritualità per il nostro tempo. Prospettive della fede, Queriniana, Brescia




© 2007 by Teologi@Internet
Traduzione dal tedesco di Alfredo Marranzini
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)


anglifi@tiscali.it


April 04 2007, 09:19 am - 213.92.80.223
L'amore omossessuale

L'AMORE OMOSESSUALE
di Gregory Baum

Da alcuni decenni, la riflessione teologica sull'amore omosessuale si è molto sviluppata. Due fattori storici hanno provocato questo inatteso sviluppo.
In primo luogo, le scienze psicologiche e antropologiche hanno scoperto che l'orientamento omosessuale non è né una malattia né una perversione della natura, ma una variante assolutamente naturale che riguarda una minoranza di uomini e di donne. Durante gli anni Sessanta e Settanta, organismi professionali, ivi comprese associazioni dei medici, hanno quindi cambiato il loro giudizio negativo riguardo al fenomeno omosessuale.
Queste dichiarazioni scientifiche hanno segnato una svolta culturale assai notevole. Le grandi tradizioni religiose avevano sempre condannato l'amore omosessuale come una perversione della natura. I pensatori religiosi erano convinti che l'orientamento eterosessuale fosse universale e che gli atti omosessuali fossero comportamenti anomali, che trasgredivano una legge essenziale della natura umana. È per questa ragione che alcuni testi biblici denunciano l'amore omosessuale. Nel XIX secolo le società moderne hanno anche deciso di criminalizzare il comportamento omosessuale.
È soltanto alla fine del XIX secolo che dei ricercatori hanno riconosciuto che l'omosessualità è un orientamento non scelto e stabile di alcune persone. Reagendo a questa scoperta, i moralisti, non potendo più ravvisare negli omosessuali dei peccatori che potevano convertirsi, hanno cominciato a considerarli inferiori, malati, caratterizzati da disordine e privi di un equilibrio psichico.
La Chiesa cattolica è rimasta ancora a questo punto nel suo insegnamento ufficiale. Secondo una Dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede, "la condizione omosessuale è priva della sua finalità essenziale e indispensabile ed è dunque intrinsecamente disordinata". Una dichiarazione romana più recente ci dice che gli omosessuali non devono essere ordinati preti perché non sono capaci di avere relazioni sane con gli uomini e le donne della loro parrocchia. Questi giudizi ufficiali, però, indifferenti ai risultati della ricerca scientifica, non hanno più alcuna credibilità.
Dignity, un'associazione di cattolici gay e lesbiche fondata a Los Angeles nel 1973, ha presentato la propria confessione di fede: "Crediamo che i cattolici gay sono membri del corpo mistico di Gesù e fanno parte del popolo di Dio. Abbiamo una dignità intrinseca perché Dio ci ha creati, perché Cristo è morto per noi, e perché lo Spirito Santo ci ha santificati con il Battesimo, facendo di noi dei canali tramite i quali l'amore di Dio si espande nel mondo… Noi crediamo che i gay possono esprimere la loro sessualità in modo conforme all'insegnamento di Gesù".
Da allora, sono nate associazioni di gay e lesbiche in diversi Paesi. Vi sono raccolte di libri e articoli nei quali questi cattolici raccontano ed analizzano la loro esperienza religiosa e presentano riflessioni teologiche fondate sulla loro lettura della Bibbia. In questo sforzo di ripensare la loro tradizione, questi cattolici sono accompagnati da gay protestanti, ebrei e musulmani. Secondo loro, avere fede vuol dire accettare il proprio orientamento sessuale come un dono di Dio.
Il Dio dell'universo, che ha creato una maggioranza di persone "straight", eterosessuali, decide di creare una minoranza di persone omosessuali. Invece di lamentarsi davanti al loro creatore, questi cristiani omosessuali sono fieri dell'orientamento sessuale che Dio ha dato loro e vivono l'eros dell'amore a loro modo, seguendo l'insegnamento di Gesù. Nelle loro relazioni amorose, vogliono restare fedeli alla vita spirituale, superare il proprio egoismo, aprirsi all'amore altruista per l'altro, rifiutare la dominazione e la dipendenza patologica, praticare la reciprocità e la condivisione.
Molti teologi oggi riconoscono che la riflessione morale sull'amore omosessuale non è autentica se non si sono letti gli scritti dei cristiani gay e se non si è presa sul serio la testimonianza della loro fede. Tuttavia questi teologi si rendono conto che la posizione difesa dai cattolici gay contraddice l'insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica. I teologi sanno, allo stesso modo, che la Chiesa, condizionata da nuove esperienze religiose, dalle scoperte scientifiche e da una rilettura dei testi biblici, ha spesso cambiato il suo insegnamento. Noi non crediamo più al "fuori dalla Chiesa nessuna salvezza", dottrina enunciata dai concilii del passato; non accettiamo più l'esistenza del limbo, predicata per secoli; appoggiamo la libertà religiosa e i diritti umani, anche se queste idee sono state severamente condannate dai papi del XIX secolo; siamo coscienti che la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento sulla tortura e la pena di morte; e così via. È dunque assolutamente ragionevole pensare che uno di questi giorni la Chiesa cambi anche la sua etica sessuale.


Adista 15_01_2007

anglifi@yahoo.it


April 02 2007, 09:14 am - 213.92.80.223
Il dibattito sui DICO e la Chiesa

Unioni di fatto tra diritti e doveri
di Giannino Piana

Un articolo del noto docente di Morale, G. Piana (dal quindicinale "Rocca", 15-3-07)

Il dibattito sulle “unioni di fatto” (o, più correttamente, “unioni civili”) ha assunto, in questi ultimi mesi nel nostro Paese, toni sempre più accesi. La recente approvazione da parte del Governo dei DICO (l’unico dissenziente è stato il Ministro della Giustizia Mastella che non ha partecipato alla seduta del Consiglio dei Ministri) ha provocato l’insorgere di dure reazioni nell’ambito della gerarchia cattolica.

La ragione principale del dissenso, espresso in forme drastiche (talora con accenti persino apocalittici), è la paura che venga minato alle radici l’istituto della famiglia fondata sul matrimonio. Pur non misconoscendo l’opportunità di fornire tutela giuridica ad alcuni diritti individuali, i vescovi hanno più volte ribadito la convinzione che ciò dovesse avvenire mediante il ricorso al diritto privato, applicando le norme già vigenti o elaborandone, se necessario, delle nuove, ma evitando in ogni caso qualsiasi forma di riconoscimento pubblico delle unioni extramatrimoniali, poiché questo avrebbe implicato l’introduzione nell’ordinamento dello Stato di un matrimonio di serie B o, secondo altri, di un quasi-matrimonio, che finirebbe per indebolire gravemente l’istituto matrimoniale. Se infatti - si dice - viene offerta alle coppie conviventi l’opportunità di acquisire i diritti finora riservati alle coppie regolarmente sposate, molti saranno tentati di scegliere la strada meno impegnativa, quella della convivenza, infliggendo in tal modo un vulnus mortale ad un istituto già duramente provato e che riveste un ruolo di grande rilievo per lo sviluppo ordinato della società civile.

Un intervento duro e massiccio

Questi motivi spiegherebbero perché, nonostante lo sforzo dei Ministri Bindi e Pollastrini (e dei loro esperti, i costituzionalisti Ceccanti e Balduzzi, ambedue di estrazione cattolica) di dare vita a un modello di regolamentazione che privilegia i diritti individuali ponendo in secondo piano il fatto dell’unione (il progetto governativo non prevede la registrazione all’anagrafe in forma congiunta ma puramente contestuale), la tensione non si è attenuata. Gli interventi della gerarchia si sono, al contrario, moltiplicati, assumendo connotati sempre più aspri, fino ad affermare l’inutilità del provvedimento varato, considerato del tutto “superfluo”, o a preannunciare la promulgazione di “indicazioni vincolanti” in materia per i cattolici.

La questione ha anzitutto importanti risvolti di ordine politico, che meritano qualche considerazione. Non vi è dubbio che la posizione assunta dai vescovi costituisca una esplicita intromissione della gerarchia nel dibattito che si aprirà tra qualche mese in Parlamento e che essa abbia già avuto ampie risonanze nell’ambito dell’opinione pubblica e nel quadro della vita politica: la ricompattazione, del tutto strumentale, dei partiti di opposizione (con spudorati voltafaccia di alcuni leader politici che si erano precedentemente dichiarati possibilisti nei confronti del provvedimento) non è che la prima tangibile conseguenza di questa intromissione.

A sorprendere, d’altronde, è soprattutto l’accanimento con cui i vescovi si sono mossi e si muovono. Pur riconoscendo alla questione delle coppie di fatto un significativo risvolto sociale, si deve ammettere che la reazione appare sproporzionata, soprattutto se si considera che su altre questioni, ben più socialmente rilevanti, perché legate a temi fondamentali come quelli della giustizia e della legalità, dove cioè in gioco sono i cardini stessi dell’ordinamento civile, non risulta esservi stato alcun intervento ufficiale dell’episcopato italiano. Si pensi al totale silenzio di fronte a eventi gravemente destabilizzanti, quali la promulgazione delle cosiddette leggi ad personam o le affermazioni dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi circa la legittimità dell’evasione fiscale o l’invito rivolto dallo stesso ex Presidente agli italiani, in campagna elettorale, a votare secondo i propri interessi anziché secondo quelli del Paese. Non si conferma qui l’impressione che l’attenzione della chiesa nei confronti dei temi della politica tenda a concentrarsi prevalentemente (e quasi esclusivamente) su questioni che hanno a che fare con l’“etica privata” - e in particolare con l’area della sessualità (si pensi alle cosiddette questioni “eticamente sensibili”) - anziché prendere in seria considerazione questioni cruciali come quelle attinenti la sfera dell’“etica pubblica”?

L’accanimento segnalato rischia poi di risultare ancor più incomprensibile se si tiene conto del fatto che in causa è il matrimonio civile - non quello religioso o sacramentale, dove le ragioni che spingono alla scelta non possono certo essere scalfite da considerazioni utilitariste o di comodo - e che tale matrimonio è stato, almeno fino agli anni del Concilio, concepito dalla chiesa, per quanto concerne i battezzati (che sono tuttora in Italia la stragrande maggioranza dei cittadini), come una realtà “inesistente”, al punto di giudicare chi lo sceglieva come “concubino“ e dunque come pubblico peccatore - è nota la querelle sollevata, negli anni 50, dall’allora vescovo di Prato Mons. Pietro Fiordelli - e che anche i documenti elaborati nel periodo postconciliare faticano a conferirgli uno statuto preciso e autonomo, riconoscendo al più che si tratta di un atto “non irrilevante” anche per i cristiani.

Quale difesa della famiglia?

Al di là delle considerazioni di ordine politico, particolare attenzione va però riservata alle motivazioni di carattere etico addotte dai vescovi, cioè al dovere prioritario da essi ribadito di difendere la famiglia fondata sul matrimonio, impedendo tutto ciò che può mettere a repentaglio la sua stabilità. Ora non vi è dubbio che la famiglia tradizionale, la quale rappresenta ancor oggi - come ci ricorda la Costituzione - la forma privilegiata di istituzionalizzazione dei rapporti di coppia, vada tutelata e promossa, anche sul terreno legislativo. Sarebbe tuttavia atto di grave miopia misconoscere che si danno nella nostra società (e sono in continua espansione) altre forme di unioni, sia etero che omosessuali, che danno origine a precisi nuclei familiari.

A determinare il dilatarsi di tale processo (in passato quantitativamente molto più contenuto) hanno concorso (e concorrono) fattori di diversa natura, legati alle profonde e rapide trasformazioni intervenute, in questi ultimi decenni, soprattutto nella società occidentale. L’estrema mobilità dei rapporti, dovuta sia all’estendersi dell’area di interscambio sociale, a seguito della caduta delle barriere fisico-geografiche provocata dai nuovi mezzi di trasporto e di informazione, sia all’accentuarsi del fenomeno della complessità sociale, che favorisce lo sviluppo di appartenenze altamente differenziate, non poteva che avere ricadute immediate anche sul terreno familiare, dando vita ad una molteplicità di forme di convivenza, le cui tipologie riflettono l’estrema varietà delle condizioni esistenziali delle persone. Il fenomeno del ricorso alle “unioni di fatto” non può dunque essere considerato espressione di un mero capriccio individuale; è conseguenza di mutazioni strutturali e culturali di grande portata, che determinano scelte soggettive spesso improntate a un grande senso di responsabilità. L’arco delle motivazioni comprende infatti, accanto a persone (e abbiamo ragione di ritenere non siano molte) che optano per la convivenza per motivi strettamente ideologici, cioè per un esplicito rifiuto dell’istituzione matrimoniale, situazioni dove determinante è la precarietà economica come nel caso di coloro che, a causa dell’instabilità della loro condizione lavorativa, non se la sentono di dare vita a una unione matrimoniale; altre, nelle quali decisiva è la fragilità psicologica come nel caso di molti giovani che, sentendosi insicuri delle proprie decisioni, scelgono di sperimentare la convivenza prima di assumersi un impegno più radicale o in quello di persone che, avendo fallito un precedente matrimonio, preferiscono non ripetere la scelta per paura di incorrere di nuovo in stati di grave difficoltà; altre infine - tale è la situazione degli omosessuali - in cui, essendo preclusa in partenza la possibilità di accesso al matrimonio, la convivenza diventa la via obbligata.

Il fatto che lo Stato (anche attraverso la sua legislazione) si prenda cura di queste situazioni, garantendo alle persone coinvolte la tutela dei diritti - dal diritto-dovere di assistere il partner bisognoso di cure, alla reversibilità della pensione, fino ai diritti in materia di successione, ecc. - , non provoca - ci pare - alcun vulnus all’istituto del matrimonio. E questo non solo perché lo status delle “unioni di fatto” rimane giuridicamente diverso da quello matrimoniale - è dunque improprio parlare di matrimonio di serie B o di quasi-matrimonio - ma anche (e soprattutto) perché non sussiste alcun motivo di competizione: il riconoscimento di diritti a persone che hanno scelto altre forme di convivenza nulla toglie alla peculiarità della forma matrimoniale, che continua ad essere il modello proposto come ideale, e dunque giuridicamente più tutelato.

le vere cause della crisi familiare

Altre sono le cause della crisi che la famiglia tradizionale vive, e di cui semmai il forte incremento delle convivenze libere non è che l’effetto: dal diffondersi di una cultura individualista, che rende irrilevante la valenza sociale di ogni scelta, alla crescita di una visione consumistica della vita, che coinvolge anche le relazioni affettive concorrendo ad accentuarne la fragilità, fino alla carenza di politiche sociali adeguate, che consentano di dare piena espressione alle legittime esigenze di coppia e di fare dignitosamente fronte ai bisogni delle famiglie. Su queste cause andrebbe avviata una seria riflessione non solo da parte delle istituzioni sociali e politiche ma anche da parte delle agenzie educative, non esclusa la chiesa, per fare luce sulle proprie responsabilità e per individuare cammini positivi che determinino una radicale inversione di tendenza.

Diritti individuali o diritti di coppia?

In questo quadro appare poco convincente l’insistenza con cui da parte di alcuni ambienti cattolici si è premuto per ottenere il riconoscimento che i diritti delle persone che vivono in unioni di fatto vengano concepiti come semplici diritti individuali. E’ fuori dubbio che titolari di diritti (e di doveri) sono, in ultima analisi, gli individui (il che vale del resto anche per il matrimonio). Ma non si può negare che i diritti dei soggetti ai quali si fa qui riferimento sussistono in quanto esiste un rapporto stabile di coppia: la possibilità stessa di parlare di diritti è infatti legata alla presenza di una relazione affettiva durevole, che non rappresenta soltanto un fattore importante per la vita dei due ma che assume anche una grande rilevanza sociale.

E’ piuttosto singolare che a farsi paladini di una visione incentrata sui “diritti individuali” siano esponenti di un’area culturale, quella cattolica, che ha inscritta nella propria tradizione - nel proprio DNA, si direbbe - il superamento di una concezione rigidamente individualista dell’uomo e la sua sostituzione con una concezione personalista, in cui la relazione diventa fattore costitutivo dell’identità soggettiva. Non è forse proprio a partire da questa acquisizione che assume pieno significato quella visione “comunitaria” della società, purtroppo ancora lontana dall’essere realizzata, che ci consentirebbe di uscire tanto dalla rigida (e semplificatoria) dialettica tra individuo e Stato propria dell’ideologia liberale, quanto dal collettivismo statalista oggi radicalmente in crisi, per spingerci - a questo è finalizzato il ricupero del principio di sussidiarietà - a fare spazio a un insieme di realtà intermedie che arricchiscono il tessuto sociale: dalla famiglia a una miriade di forme relazionali e associative, che si sviluppano spontaneamente dal basso e che, interagendo tra loro, danno vita alla “società civile”?

Le unioni di fatto vanno pertanto inserite nel contesto di questo processo di aggregazione, non dimenticando che, per la particolare configurazione che assumono e per la rilevanza sociale che rivestono, danno origine a diritti e doveri che l’istituzione pubblica deve riconoscere e tutelare con mezzi adeguati. In gioco vi è infatti non solo il rispetto di scelte che - come si è accennato - nascono in larga misura da una situazione di profondo cambiamento socioculturale con cui è doveroso confrontarsi; vi è soprattutto la difesa di persone che finiscono per vedere altrimenti compromessa la possibilità di una loro piena realizzazione umana; e, più radicalmente, vi è l’impegno ad edificare una società solidale, che metta ciascuno in grado di esercitare i propri diritti e assicuri pertanto a tutti il pieno rispetto della dignità umana.

Venerdì, 16 marzo 2007



anglifi@yahoo.it


January 22 2007, 10:08 pm - 62.10.79.225
Una chiarificazioni sulle unioni di fatto di cui si sta molto discutendo

Intervista all'avvocato Bernardini De Pace (19 gennaio 2007)
«Legge sbagliata. Ai conviventi basta un contratto»
di Francesco Riccardi

«Non c'è alcun bisogno di approvare una legge sulle coppie di fatto. Abbiamo già a disposizione una serie di strumenti del diritto privato che possono rispondere con efficacia alle esigenze di tutela dei conviventi. Al limite si può suggerire uno schema-tipo di accordo fra i partner e introdurre qualche lieve modifica nel codice civile in tema di eredità, accorciare i tempi del divorzio…". Annamaria Bernardini De Pace, avvocato civilista tra i più in vista di Milano, specializzata in diritto di famiglia, separazioni e tutela degli interessi di personaggi famosi, parla a raffica tra un atto da correggere e un cliente da ricevere.
Piano, piano avvocato. Ci faccia capire bene: lei è contraria all’approvazione di una norma che riconosca le convivenze?
Certo, dal punto di vista del diritto non vedo alcuna ragione per farlo. Il dibattito intorno alla questione è viziato dallo scontro ideologico. La Chiesa e i cattolici difendono le ragioni del matrimonio e della famiglia tradizionale. Ma anche da un punto di vista laico il matrimonio è un istituto importantissimo da difendere: è un atto sacrale…
Scusi se sobbalzo, ma sentir parlare di "matrimonio sacro" da un avvocato divorzista del suo calibro suona strano. Qualcuno potrebbe obiettare…
Non c’è contraddizione. Lasciamo da parte le questioni di fede. Anche sul piano laico il matrimonio civile è un atto sacro, con il quale due persone si impegnano solennemente davanti alla comunità e allo Stato, assumono una serie di doveri e, in conseguenza di questi, godono di alcuni diritti particolari. Tanto che "rompere" questo patto comporta una serie di adempimenti onerosi: divorziare non è cosa da poco, si va davanti a un giudice. Non si può svilire il matrimonio prevedendo un altro istituto – un "piccolo matrimonio" o un riconoscimento pubblico delle convivenze – con tanti diritti e nessun dovere, risolvibile con due righe scritte e un "buonasera". Sarebbe uno squilibrio. Più corretto, dal mio punto di vista, sarebbe consentire velocemente il secondo matrimonio a chi vuole tutelare il proprio partner malgrado il divorzio in corso.
L’ho interrotta, stava parlando dello scontro ideologico…
Sì, la mia impressione è che da parte della sinistra ci sia soprattutto una volontà perversa di allargare l’assistenzialismo dello Stato anche alle famiglie di fatto, anche a quei conviventi che deliberatamente, coscientemente, decidono di non assumersi doveri davanti allo Stato. Allora, da un lato un vero Stato liberale deve difendere anche la libertà dei propri cittadini di non assumersi doveri. E dunque non si può attribuire "d’ufficio" dei diritti ai conviventi – in quanto tali – senza una loro espressa volontà. Sarebbe un accanimento garantista verso coloro che hanno rifiutato un’invadenza o comunque un ruolo dello Stato nel loro privato sentimentale. La stessa Corte costituzionale ha sottolineato che si potrebbe configurare «una violazione dei principi di libera determinazione delle parti». Dall’altro, come sostenevo prima, un riconoscimento pubblico tramite un registro o peggio delle "simil-nozze" sarebbe iniquo. E pericoloso: ci sarebbe infatti il rischio di legittimare e tutelare persino i matrimoni poligamici dei musulmani, con tutto quel che ne conseguirebbe in tema di assistenzialismo statale a plurime convivenze.
E siamo al vicolo cieco di sempre: sarebbe sbagliato sia il riconoscimento pubblico sia l’attribuzione di diritti ai partner per il solo fatto che convivono. Come se ne esce?
Usando quel che già c’è. Se si vuole essere garantiti del tutto c’è il matrimonio, altrimenti si possono utilizzare una serie di strumenti come le polizze assicurative, la co-intestazione di beni come la casa o il contratto d’affitto. E poi ci sono i cosiddetti "Contratti di convivenza" che i partner possono stringere per definire alcuni aspetti della loro convivenza: dai lavori domestici alla suddivisione delle spese, alla creazione di un fondo comune da suddividere in caso di rottura del rapporto. Infine una procura per poter rappresentare il compagno in caso di grave malattia o invalidità. Si tratta di contratti privati, che possono essere liberamente stipulati e che non necessitano di un riconoscimento pubblico.

Qualcuno potrebbe contestarle un conflitto d’interessi: ecco un modo per far guadagnare avvocati e notai. Per le coppie di fatto non abbienti potrebbe essere un costo non sopportabile…
I costi sarebbero certamente inferiori a quelli di un banchetto di nozze. Comunque, se si vuole, si può perfino ricorrere a una semplice scrittura privata o rivolgersi a un consultorio familiare. Oppure si può studiare uno schema-tipo da proporre, che ogni coppia possa far proprio adattandolo, portando poi l’atto in tribunale per l’omologa, così come si usa per le società. Ma, al di là delle modalità, conta il principio della responsabilizzazione personale. Lo Stato non può sempre fungere da balia. Se una coppia decide di non sposarsi, non si assume doveri, non cerca di tutelarsi attraverso polizze e contratti privati, la società non può "inseguirla" stendendo sopra di essa una legge, come fosse una coperta, per metterla comunque al riparo. Qui emerge un nodo culturale: le nuove generazioni non sono educate alla responsabilità personale. Troppe persone, troppe coppie hanno perso il coraggio di affrontare un progetto di vita definitivo, almeno nelle intenzioni. Epperò si pretende per loro delle tutele…
Al di là di altre questioni come l’assistenza in ospedale o gli affitti – facilmente risolvibili se non già risolte nelle prassi – le due problematiche fondamentali riguardano le pensioni di reversibilità e l’eredità, dalle quali oggi i conviventi sono esclusi.
Le pensioni di reversibilità vanno riservate alle vedove. Non abbiamo fondi per le pensioni minime e per quelle future dei giovani, non vedo perché si dovrebbe allargare l’assistenzialismo dello Stato in questo campo. Vi sarebbero poi enormi rischi di abusi, basti solo pensare ai casi di badanti che accudiscono anziani soli… Quanto all’eredità – oltre alla quota disponibile (il 25% nel caso ci siano eredi legittimi) che un convivente può già lasciare all’altro – si potrebbe ipotizzare un intervento "leggero" sul codice civile. Eliminando il coniuge separato e/o i genitori dall’asse ereditario e inserendovi l’eventuale compagno con il quale si sia volontariamente concluso e registrato un contratto di convivenza privato. Anche in questo caso non ci sarebbe necessità né di riconoscimenti pubblici né di registri né di grandi leggi, foriere di possibili stravolgimenti sociali.
Dietro la battaglia politica per l’istituzione dei pacs o dei registri delle coppie di fatto c’è sicuramente anche la forte spinta degli omosessuali per ottenere un riconoscimento pubblico.
Conosco e tutelo gli interessi di molte coppie gay. Ma istituire per loro un simil-matrimonio rappresenterebbe una risposta sbagliata a un’esigenza legittima. Gli omosessuali giustamente chiedono parità di trattamento. Ma questa si ottiene attraverso la non-discriminazione, non imitando il matrimonio e la famiglia tradizionalmente intesa. Piuttosto si modifichi così l’articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di orientamento sessuale…» e si pongano limiti più stringenti per evitare disuguaglianze sul lavoro, penalizzazioni nella vita sociale, eccetera. Il matrimonio è, e deve essere, un’altra cosa.

http://www.avvenireonline.it/Famiglia/Interviste/20070119.htm 22/01/07


November 09 2006, 09:33 am
Il Papa a Israele: «Cancellate la gay parade»

Attraverso il nunzio in Israele, la Santa Sede ha chiesto al ministro Tsipi Livni di impedire la manifestazione in programma venerdì nella città santa

CITTÀ DEL VATICANO - Il Vaticano chiede a Israele di cancellare la gay parade prevista a Gerusalemme per venerdì. Attraverso il nunzio in Israele, la Santa Sede ha fatto domanda al ministro degli Esteri, Tsipi Livni, di adoperarsi affinchè venga impedita la manifestazione nella città santa per ebrei, cristiani e musulmani.

«DISPIACERE» DELLA SANTA SEDE - Nei giorni scorsi l'annunciato evento aveva causato una sorta di «intifada» tra gli ebrei ultra-ortodossi decisi a non far passare l'affronto. In serata la sala stampa vaticana e ha diffuso il testo della nota della nunziatura in cui esprime il «dispiacere» per la notizia della convocazione della gay parade auspicando che il governo «voglia esercitare la sua influenza perché sia riconsiderata la decisione di autorizzare». La nota ribadisce la posizione della Chiesa sugli omosessuali, espressa nel Catechismo della Chiesa Cattolica. «La Santa Sede esprime la sua viva disapprovazione per tale iniziativa perché‚ essa costituisce un grave affronto ai sentimenti di milioni di credenti ebrei, musulmani e cristiani, i quali riconoscono il particolare carattere sacro della città e chiedono che la loro convinzione sia rispettata». «Alla luce di tali elementi e considerando che in precedenti occasioni sono stati sistematicamente offesi i valori religiosi - si legge nella nota - la Santa Sede nutre la speranza che la questione possa venire sottoposta a doverosa riconsiderazione».

INTIFADA DEGLI ULTRA-ORTODOSSI - Da una settimana ormai tutte le notti il celebre quartiere degli zeloti a Mea Sharim, nel cuore di Gerusalemme, vive ore di rivolta. Centinaia di ultra-ortodossi, nelle tradizionali redingote nere, barba e cappello, si scontrano con la polizia, lanciano pietre, danno fuoco ai cassonetti dell'immondizia per protestare contro una manifestazione che vedono come blasfema. I rabbini di Edah Haredit, una corte rabbinica ultra-ortodossa, potrebbero lanciare prima di venerdì la temibile maledizione cabbalistica della Pulsa de Nura (la Scudisciata di Fuoco, in aramaico) contro gli organizzatori della Parade e contro le autorità che ne hanno reso possibile lo svolgimento, ha detto il loro portavoce Shmuel Papenheim. La Parade, organizzata dall'associazione Open House, si svolgerà nella zona dei ministeri lontano dai quartieri abitati dagli ultra-ortodossi in centro. Gli attesi 2-3.000 manifestanti saranno protetti da almeno 12.000 poliziotti. Si prevede che migliaia di zeloti cercheranno di opporsi al suo svolgimento. Da giovedì mattina sedute di preghiera contro la Gay Parade si svolgeranno in particolare al Muro del Pianto.

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09 novembre 2006


December 19 2005, 09:31 pm - 151.30.31.99
Domenico

A tutti gli interessati informo che sono stati messi nel sito i documenti relativi allo stage 2005 "sessualità liguaggio d'amore"
infogaylaparola@libero.it


May 03 2005, 09:09 am - 151.25.20.233
I corsi per "guarire" i gay

I corsi per "guarire" i gay
In Italia "terapie" dagli Usa

di Natalia Aspesi

Pareva una fissazione solo americana, invece anche in Italia c'è chi vuole "guarire" gay e lesbiche: proprio adesso che da noi diventano presidenti di regione e che, in una nazione molto cattolica come la Spagna, il governo approva leggi per consentire loro matrimonio e adozioni. O forse proprio per questo, perché se l'omosessualità diventa definitivamente una condizione esclusivamente privata, accettata, "sdoganata", cosa farà la resistenza omofobica, clericale e laica, tuttora viva e vegeta anche da noi? Il mensile gay italiano Pride pubblica nel suo numero di maggio una lunga inchiesta su questi "guaritori" di una malattia che non esiste.
Come ha sancito da decenni anche l'Organizzazione mondiale della Sanità: e che anziché aiutare quei gay che non sono orgogliosi di esserlo, ad accettarsi e raggiungere un proprio equilibrio, li illudono, talvolta aumentando angosce, insicurezze, sensi di colpa. La massima autorità italiana nella santa impresa è la dottoressa Chiara Atzori, medico infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, mentre molto se ne parla a Radio Maria, si pubblicano libri e corrono sul web sia consigli per "aiutare a fiorire" (per non usare la parola sbagliata, guarire) con ormoni, psicoterapia che sempre colpevolizza i genitori, soprattutto preghiera, che lettere di convertiti: "Sono diventato omosessuale per una madre castrante e un padre ostile. Sono stato in analisi per tre anni (narth. com) e ora sono felicemente sposato e quasi del tutto etero". Di quel quasi non sarà felicissima la sua signora.
Si fa chiamare Giovanni il collaboratore di Pride che, dopo aver tentato invano di intervistare la dottoressa Atzori, si infiltra nel gruppo gay italiano "In cammino nel ricupero dell'identità sessuale ferita" e viene invitato a un incontro per la fine del corso organizzato "per abbandonare lo stile di vita gay", 100 euro il costo. Aula Magna dell'istituto Padre Beccaro a Milano, al centro l'icona della Resurrezione del santuario mariano di Medjugorie, tredici persone tra cui cinque promotori del gruppo e otto giovani gay e lesbiche un po' delusi. "I nodi si possono sciogliere con volontà personale. La falsa identità può essere squarciata per fare emergere la vera identità".
Nume terapeutico della cristiana anche se incerta conversione all'eterosessualità è il cattolico americano Joseph Nicolosi che con un gruppo di psicanalisti considera l'omosessualità curabile con una terapia "che può durare anni", detta riparativa: otto anni fa le associazioni scientifiche l'hanno dichiarata inefficace se non addirittura dannosa. Sempre meno dell'accanimento curativo del passato quando si usava l'elettroshock o addirittura il trapianto dei testicoli. Ma anche meno utile forse delle terapie dei grandi Masters e Johnson che, per cominciare, insegnavano ai gay come conversare con le donne e come intrecciare sguardi infuocati con loro. Il gruppo americano più forte, Exodus, pur segnalando suoi risultati miracolosi, col 30% di convertiti e lietamente accasati, 30% non più gay ma prudentemente casti, e solo 30% di irrecuperabili, ha subito un'antipatica sconfitta quando due suoi membri fondatori tra i più devoti alla causa si sono innamorati e sono fuggiti insieme, mentre 13 dei loro 83 centri hanno dovuto chiudere essendo i loro responsabili tornati allegramente alle precedenti abitudini, comprese le ciglia finte. Più dei giovani gay, sono spesso padri e madri a disperarsi, e Pride pubblica la storia ossessiva e distruttiva di Marco, 22 anni, che a 13 fu portato dai genitori che avevano scoperto una sua lettera a un compagno di classe, in un reparto di psichiatria per essere "salvato". Fu affidato ai medici per due anni, poi dichiarato "sano" e restituito ai genitori, i quali non del tutto convinti, lo affidarono per un anno a uno psicologo cattolico. Cocciuti gli affranti genitori, ma anche lui, Marco: iscritto all'università in un'altra città del sud, va a convivere con un compagno, i genitori cercano di fargli smettere gli studi, poi lo fanno seguire da un detective. Altro giro di psichiatri che rifiutano l'insano compito mentre il medico curante gli consiglia d'innamorarsi della mamma per vivere il complesso edipico.
Ascoltando Radio Maria la mamma scopre il centro studi Achille Dedè di Milano, che suggerisce come cura preghiere e buona volontà. Per rappacificarsi con i suoi, Marco telefona al centro e parla con lo psicologo Marchesini che, definendolo privo di dignità, gli suggerisce di rivivere il rapporto col padre, abbandonare gli amici etero colpevoli di averlo accettato; concludendo che i genitori avevano fatto bene a cacciarlo in quanto omosessuale. Il ragazzo si è stufato e si è allontanato dai genitori. La mamma per punire tutti è diventata anoressica e i suoi medici hanno chiesto al figlio di non tornare più a casa.

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3 maggio 2005